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NOTE BIOGRAFICHE

Camille Corot

Jean-Baptiste Camille Corot nasce a Parigi (in rue du Bac 125) il 17 luglio 1796 da Marie-Françoise Oberson (1768-1851), figlia di un mercante di vini, e da Louis-Jacques (1771-1847), commerciante di tessuti. Dopo aver trascorso almeno tre anni in un collegio parigino (fino al 1807) frequenta la scuola superiore di Rouen (1807-1812), ma conclude gli studi nel 1814 in un istituto di Poissy.

Tra il 1815 e il 1822 lavora come apprendista in due negozi di stoffe, pur manifestando il desiderio di dipingere. Solo a ventisei anni ottiene dai genitori il permesso di dedicarsi alla pittura, potendo contare su una rendita economica resasi disponibile con la morte della sorella minore Victoire-Anne (1797-1812). Nel 1822 entra prima nell’atelier di Achille-Etna Michallon (1796-1822) – che lo invita a ritrarre la natura  dal vero – e poi in quello di Jean-Victor Bertin (1775-1842), entrambi esponenti della scuola neoclassica di paesaggio. Con loro affronta lo studio dei paesaggisti del Seicento, in particolare di Poussin.
Nei dintorni di Parigi, in Normandia, nella foresta di Fontainebleau e nella tenuta di Ville d’Avray – acquistata dai genitori nel 1817 – inizia la sua esperienza di lavoro en plein air. Nel settembre 1825, in compagnia dell’amico pittore Johann Karl Baehr (1801-1869), parte per il suo primo viaggio in Italia, tappa fondamentale della sua formazione artistica.

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Camille Corot, Autoritratto
1840 ca. - olio su carta incollata su tela, 33 x 25 cm.
Galleria degli Uffizi, Firenze

Dopo aver trascorso i mesi autunnali nel nord della penisola (tappe a Bologna e Firenze) a dicembre raggiunge Roma, dove si ferma per tre anni. Alla descrizione del Colosseo e di altri monumenti antichi alterna l’illustrazione di numerose località della campagna romana. Risale il Tevere, visita Civita Castellana, Viterbo, Terni e altri borghi; si ferma sul lago di Albano; dipinge quello di Nemi e le cascate di Tivoli. Le luci, i colori, le atmosfere del paesaggio italiano lo portano a eseguire all’aperto, nella bella stagione, decine di piccoli studi – generalmente ad olio su carta – sulla base dei quali realizza in studio i grandi quadri da inviare alle mostre d’arte di Parigi. Nel 1827 manda per la prima volta due opere (Veduta presso Narni e Campagna romana) al Salon, al quale, da quel momento, parteciperà quasi ogni anno presentando complessivamente più di cento opere. Nella primavera del 1828, seguendo l’itinerario del Grand Tour, visita Napoli, Ischia e Capri e a settembre si ferma qualche giorno a Venezia prima di tornare in patria. In Francia inizia a dedicarsi anche alla ritrattistica, facendo posare parenti e amici. Esegue studi di nudo e “figure di fantasia” e non trascura – soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta – la produzione religiosa.

Viaggiatore instancabile visita molte province francesi dalla Manica al Mediterraneo e dall’Atlantico alle Alpi e soggiorna periodicamente in Svizzera. Di molti luoghi e persone lascia schizzi e disegni a matita o a penna in numerosi taccuini, strumenti indispensabili per ricostruire i suoi spostamenti, ma anche per capire i suoi cambiamenti stilistici. Torna in Italia altre due volte, per soggiorni di qualche mese, nel 1834 e nel 1843. Mete principali del secondo viaggio – compiuto insieme all’amico e collega Grandjean - sono Genova, la Toscana (Pisa, Volterra, Firenze) e i laghi prealpini (Garda e Maggiore). Il 10 settembre 1834 è a Desenzano, mentre il 16, in vaporetto, raggiunge Riva, dove si trattiene sei giorni, alloggiando presso l’albergo delle due torri. Per l’ultimo soggiorno italiano – da maggio a ottobre del 1843 – sceglie Roma e le sue immediate vicinanze. In quest’occasione l’accompagna l’amico pittore Brizard. Dopo aver visto le terre del Sud dell’Europa rivolge la sua attenzione alle regioni del Nord, visitando a più riprese l’Olanda e il Belgio e sbarcando a Londra nel 1862 in occasione dell’Esposizione Universale a cui partecipa con una sola opera. In patria trascorre lunghi periodi nella foresta di Fontainebleau, a contatto con alcuni pittori della “scuola” di Barbizon, come Rousseau (1812-1867) e Daubigny (1817-1878).

Conosce sia l’amarezza per il rifiuto di alcuni quadri al Salon (1843 e 1847), che la gioia per il crescente gradimento del pubblico, per l’incremento delle vendite, per gli elogi della critica (Baudelaire, Champfleury), per la formazione di una cerchia di ammiratori (tra cui il suo futuro biografo Alfred Robaut) e di collezionisti, in primis il duca d’Orléans e l’imperatore Napoleone III. Dalla metà degli anni Quaranta si susseguono anche i riconoscimenti ufficiali: nel 1846 gli viene assegnata la Croce della Legion d’onore; nel 1848 è chiamato a far parte della commissione esaminatrice del Salon; nel 1867 è nominato Ufficiale della Legione d’onore. Dopo la metà del secolo, influenzato anche dalla luce madreperlacea, grigia, dolce e diffusa dell’Ile-de-France, impone una svolta “lirica” alla sua pittura. I paesaggi appaiono in bilico tra fedeltà alla natura, immaginazione, ricordo (souvenir) e “melanconia”. Oltre a disegnare e a dipingere ad olio – orientando la tavolozza a tonalità argentee - negli ultimi diciassette anni di vita sperimenta, ed utilizza  con molta frequenza, la tecnica dell’incisione all’acquaforte.

Muore il 22 febbraio 1875 nella sua casa di Parigi ed è sepolto nel cimitero di Père Lachaise.

(Salvatore Ferrari, estratto dal catalogo della mostra)



Giuseppe Canella

Giuseppe Canella, tra i migliori e affermati paesaggisti italiani della prima metà dell’Ottocento, nasce a Verona il 28 luglio 1788 da Angela Perdomi e da Giovanni, architetto e scenografo. Accanto al padre riceve un solido apprendistato da decoratore prospettico e quadraturista, forse già dai quattordici anni se alcune fonti d’archivio lo ricordano nel 1802 come “pittore”. A diciott’anni lavora di certo per decorazioni in abitazioni private veronesi, tra cui le case Giuliari e Bertolini, ricordate dal suo biografo Antonio Caccianiga.

Staccatosi precocemente dalla città natale, già intorno al 1811 e fino al 1815 si reca a Mantova per decorarvi con vedute prospettiche e paesaggi idealizzati numerose residenze, di cui si conosce oggi un gruppo nutrito di opere, dai palazzi Zanardi-Massarani e Pezzati a Guidizzolo alle case Goltara e Solferini, ora Pescasio. Dall’educazione neoclassica derivatagli dal padre, nuove componenti di gusto arcadico si sovrappongono alla sua produzione, anche grazie al contatto con il più maturo pittore milanese Agostino Comerio, col quale lavora a Mantova e poi a Verona. Nella città scaligera, dove torna nel 1815, incontra il bergamasco Pietro Ronzoni, che ne incoraggia l’ulteriore svolta dalla fase arcadica a quella propriamente vedutistica. Il legame con Comerio e Ronzoni viene sancito dalla nomina contemporanea dei tre artisti, il 24 aprile 1819, a soci onorari dell’Accademia veronese. 

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Giuseppe Canella, Autoritratto
1835 circa - olio su tela, 52,5 x 42 cm.
Firenze, Uffizi, Galleria degli autoritratti


L’autobiografia redatta da Canella, già presso il Castello Sforzesco di Milano e oggi dispersa, recava indicazione di un primo viaggio a Venezia a ridosso del soggiorno mantovano: l’esempio del vedutismo della città lagunare gli offre spunti per un’inevitabile rimeditazione su quella grande tradizione pittorica. Stabilisce rapporti con lo stimolante ambiente milanese ed espone a Brera alcuni paesaggi dipinti a tempera e ad olio (1818 e 1819).

A quest’epoca intraprende il lungo viaggio europeo che compirà la sua formazione di artista itinerante, definendone lo specifico linguaggio vedutistico. Dal 1819-20 sarà dapprima in Spagna, a Barcellona, Valenza, Alicante e Madrid, poi – dal 1822 – a Parigi, dove si stabilisce fino al 1832, spostandosi di lì per la foresta di Fontainebleau, poi in Alsazia, nel granducato del Baden (1824-25) e infine in Normandia, nel 1826. Incoraggiato da rapporti con committenti e mecenati illustri compie, sempre nel 1826, un soggiorno di quattro mesi nei Paesi Bassi a fianco dell’ambasciatore barone de Lagal, e verifica alle fonti una delle componenti fondamentali della sua pittura, quel paesaggismo seicentesco allora venuto di moda in una sorta di revival “neofiammingo”.

Mentre da un lato si registrano le prime partecipazioni ai Salons parigini, nel 1826 e nel 1827, va notato l’impegno in campo grafico, non solo per il costante esercizio di rapida ripresa dal vero riversata in numerosi taccuini, ma anche per la produzione di disegni per litografie destinate alla Galerie de son Altesse Royale Madame la Duchesse de Berry nel 1822, o per le prove litografiche di paesaggi e scene di genere fiammingo inviate a Brera nel 1824. Il confronto con l’aggiornata scena artistica francese lo obbliga a compiere una totale revisione della propria educazione e a rinnovare radicalmente il proprio linguaggio verso aperture più largamente internazionali: in anni fitti di attività nascono le grandi e celebri vedute con panorami parigini lungo il fiume o sui boulevards che gli procurano un’enorme popolarità e riconoscimenti ufficiali. Nella folta committenza di ambasciatori e diplomatici austriaci, inglesi, russi, nobili tedeschi, italiani, francesi, emergono i Trivulzio, Ferdinando I d’Asburgo e il duca d’Orléans, futuro re Luigi Filippo, che gli conferirà una medaglia d’oro e la cui collezione di vedute parigine sarebbe andata in parte a confluire nella raccolta oggi al Musée Carnavalet.

Al ritorno in patria, il 20 giugno 1832, fissa la residenza a Milano nonostante la proposta dell’Accademia di Venezia, intorno al 1832-33, a concorrere per la cattedra di paesaggio, ma mantiene impegni espositivi anche con Verona, Brescia, Venezia, e all’estero Vienna e Berlino. Il filone di grande successo con le vivaci riprese di città alla moda lascia gradualmente il posto ad un paesaggismo campestre, spesso marino o lacustre, dove la natura è osservata dal vero ed evocata in ambientazioni ricche di atmosfera romantica. Dopo altri spostamenti documentati, nel 1835 a Trento e Rovereto, e nel 1837 nell’Europa orientale, fra Vienna, Praga, Pesth, Dresda e Berlino, è spingendosi al sud d’Italia, a Roma e Napoli, che avverrà l’evoluzione finale della sua pittura. La solitudine della campagna romana gli concede di fissarne i valori fondamentali di luce e colore riducendo all’essenziale la descrizione dei dettagli, perseguendo in questo una vena “minore” e quasi desolata, indubbiamente aperta a più moderne soluzioni ma all’epoca di difficile comprensione da parte del pubblico e della critica. Nel 1841, anno di un viaggio fra Tirolo e Val Passiria, si registra la sua elezione a socio d’arte dell’accademia di Brera, nomina aggiornata in consigliere ordinario nell’aprile 1846 e da lui sottoscritta nel marzo 1847.

Pochi mesi dopo, nell’agosto 1847, sarà tuttavia a Firenze, dove la morte lo coglie all’improvviso l’11 settembre per il contagio di “un morbo violento”. Mentre la città toscana gli riserva una prestigiosa sepoltura in Santa Croce, l’Accademia di Brera gli tributerà un’ultima, postuma esposizione.

(Flavia Pesci, estratto dal catalogo della mostra)



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