Descrizione
Non solo piazza Tre Novembre gremita, ma anche una grande attenzione alle parole del sindaco Alessio Zanoni (la cui allocuzione è stata salutata da un applauso lunghissimo, durato svariati minuti) e del presidente della locale sezione dell'Anpi Gianantonio Pfleger, con la coloritura speciale portata quest'anno dai giovani coristi del coro Voci bianche Garda trentino della Smag diretti dal mo. Enrico Miaroma e accompagnati al pianoforte da Paolo Orlandi, che hanno aperto la cerimonia intonando l'Inno d'Italia e l'hanno chiusa con «Bella ciao». Accanto al sindaco di Riva del Garda, in fascia tricolore anche i primi cittadini di Arco Arianna Fiorio e di Nago-Torbole Gianni Morandi. Tra il pubblico, gli ex sindaci Claudio Molinari, Adalberto Mosaner (ora presidente del Consiglio comunale) e Cristina Santi (presente assieme all'ex vicesindaca Silvia Betta), oltre alla consigliera provinciale Michela Calzà. Presente anche la Giunta, una rappresentanza del Consiglio comunale, dell’Anpi, degli alpini, della polizia locale (con la vicecomandante Graziella Chistè), delle associazioni combattentistiche e delle forze dell’ordine.
Prima di dare lettura del suo intervento il sindaco si è detto felice della grandissima partecipazione: «Perché questo è un 25 aprile difficile -ha detto- in cui viviamo una difficoltà particolare: lo sentiamo nell'aria che respiriamo, lo vediamo in quello che sta succedendo. 81 anni fa è stato un 25 ad aprile festoso, della gente. Non c'era ancora la Repubblica ma era finita dittatura e c'erano i cittadini. Oggi indossare la fascia tricolore è per me non semplice, di fronte alle ambiguità che vediamo in alcune democrazie, e una presenza così forte dei cittadini è per me davvero importante. Riva del Garda è una piccolissima città se paragonata al mondo, ma porta in sé un'anima grande. Il 30 aprile 1945 quando sono arrivati gli americani hanno trovato una città già liberata dai partigiani. E oggi quando guardo fuori dalla finestra del mio ufficio in municipio vedo tantissime persone provenienti da ogni parte del mondo che qui si incontrano e che vivono serenamente insieme».
Quindi ha dato lettura del suo intervento: «A distanza di 81 anni -ha letto il sindaco- dobbiamo ancora constatare come la storia ritorni. E ritorni soprattutto quando la memoria si indebolisce. Perché l'assenza di memoria è il più potente alleato della disumanità. Il percorso dell'uomo, dalle caverne a oggi, dovrebbe rappresentare un'evoluzione. Ma che significato ha questo cammino se lo dimentichiamo? Se proprio nell'agiatezza siamo capaci di atrocità ancora peggiori? Che umanità abbiamo costruito? II 25 aprile ritorna ogni anno. E noi siamo qui, ostinatamente qui, e ogni anno siamo qui a riaffermare che questa data è la Liberazione: dalla dittatura, dall'odio, dalla sopraffazione, dal nazifascismo. Non è una ritualità vuota. È una scelta di campo. E oggi questa scelta è più attuale che mai. Perché nel mondo stanno tornando linguaggi, atteggiamenti e pratiche che pensavamo sepolti dalla storia. Tornano leader che fanno della forza, della paura e della divisione il loro strumento politico. Negli Stati Uniti abbiamo visto affermarsi una cultura politica che ha rimesso al centro un nazionalismo aggressivo, il disprezzo delle istituzioni, la delegittimazione dell'avversario. Una stagione che ha avuto nel suo interprete più estremo un simbolo di rottura con i valori democratici liberali su cui si è costruito l'Occidente. Ma non è un caso isolato. È un clima. È un'onda. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci. Perché mentre tutto questo accade, l'Europa, la culla della civiltà, dei diritti, della democrazia, troppo spesso appare smarrita. Incapace di parlare con una voce sola, incapace di difendere con forza quei valori che proclama, balbetta, esita, rincorre invece di guidare. E l'Italia? L'Italia sembra sospesa. Come imbalsamata. Incapace di esprimere una linea chiara, un pensiero autonomo, una visione forte. Troppo spesso più attenta a non disturbare equilibri internazionali che a difendere con coraggio i propri valori costituzionali. E questo non è essere neutrali. Perché quando non si prende posizione si finisce per accettare. Quando non si difendono gli ideali, li si lascia consumare. E il rischio più grande è quello di non accorgersene. È il rischio della rana bollita: la libertà che si restringe lentamente, senza che ce ne rendiamo conto. Perché la libertà è come l'aria, come ci ha insegnato Piero Calamandrei: "ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare".
E allora dobbiamo chiederci: siamo ancora capaci di riconoscerla, la libertà? Siamo ancora pronti a difenderla? Perché, come ricordava Sandro Pertini, “la libertà senza giustizia sociale è una conquista vana”. E oggi rischiamo di perdere entrambe. In questo contesto noi siamo qui. Ostinatamente qui. A dire che noi ci crediamo ancora. Che noi siamo la prova che un altro modo di vivere è possibile. Che il 25 aprile non è stato un'illusione. Che chi ha combattuto per la Liberazione non ha combattuto invano. Ogni paese, ogni città, ogni via, ogni piazza deve prendere parola. Deve dire da che parte sta. Deve fare memoria, ma soprattutto deve viverla. Perché la democrazia non è un'eredità garantita. È una responsabilità quotidiana. Dobbiamo rifiutare con forza tutto ciò che annebbia gli ideali di libertà, uguaglianza, solidarietà tra i popoli. Perché la storia è chiara: la forza dei potenti, quella che oggi qualcuno torna a esaltare, porta solo a sofferenze indicibili. Le guerre non hanno vincitori. Lasciano solo macerie. Sempre. E allora anche una piccola comunità come la nostra deve fare la sua parte. Nella nostra città vedo segnali importanti. Vedo un Consiglio comunale che, nei momenti decisivi, ha saputo esprimere valori forti e condivisi. Di fronte al giudizio su chi ha trascinato l'Italia nel massacro della seconda guerra mondiale, c'è stata una posizione chiara, solida. E chi non è ancora stato in grado di compiere questo passo, è rimasto isolato. In una minoranza sparuta. Perché è bene dirlo con chiarezza: nel Paese c'è ancora chi non distingue tra destra democratica e dittatura. Chi non ha fatto i conti con ciò che è stato il fascismo. Ma chi oggi siede in un'assemblea elettiva lo può fare solo perché il fascismo è stato sconfitto. Senza il 25 aprile 1945 non ci sarebbe stato il 2 giugno 1946. Non ci sarebbe stata la Costituzione del 1° gennaio 1948. E non dobbiamo dimenticare le nostre ferite: il 28 giugno 1944, una data che appartiene alla nostra comunità ma che parla a tutta l’Italia. Perché ciò che abbiamo vissuto qui è ciò che tante comunità hanno sofferto, affinché la libertà potesse nascere.
In questi mesi di amministrazione ho sentito forte questo richiamo. Ho cercato di compiere gesti che uniscono, non che dividono. Perché oggi c'è bisogno di ricostruire, dopo una stagione troppo spesso segnata da divisioni sterili. Amministrare non significa solo realizzare opere. Significa costruire una comunità. Dove tutti si sentano parte. Dove il potere non sia chiuso in un palazzo, ma sia davvero esercitato nell'interesse di tutti. Questa è la democrazia. Ed è con questa scelta, che va sempre esercitata nel quotidiano, che si concretizza la possibilità di difendere i valori che abbiamo ereditato, dimostrando che una convivenza fondata su Pace e Libertà è davvro possibile. Con la Giunta e la maggioranza che ci sostiene abbiamo lavorato per questo: per riportare al centro i valori democratici, per coinvolgere scuole e cittadini, per far vivere la memoria della pace e della non violenza. Anche sul tema delle foibe abbiamo agito con responsabilità. Senza cedere alla tentazione della vendetta o della propaganda. Abbiamo scelto il termine “vittime delle foibe” perché la precisione delle parole è un atto di rispetto, Abbiamo scelto una strada diversa rispetto al recente passato: non umiliare chi ha perso le elezioni, ma costruire assieme un percorso di responsabilità condivisa. E devo ringraziare chi, della minoranza, ha avuto il coraggio di seguirci fino in fondo. Perché una comunità matura non cancella nulla, non strumentalizza, ma comprende e assieme restituisce verità. E oggi, qui, il senso del 25 aprile è tutto questo. Non è solo memoria. È una scelta. È scegliere ogni giorno da che parte stare. È decidere se essere spettatori o protagonisti. Noi scegliamo di essere protagonisti. Anche da una piccola città. Perché la libertà non è mai definitiva. Va difesa. Sempre. E oggi, più che mai, tocca a noi».
Quindi l'intervento del presidente del'Anpi Alto Garda e Ledro: «Cari antifascisti, buon 25 aprile -ha detto Gianantonio Pfleger-. Vi saluto così, con orgoglio, per ribadire con forza che sono un antifascista. Nel mondo ci sono ancora oggi presidenti che nei loro Stati vogliono mettere fuori legge gli antifascisti, rinnegando la memoria di centinaia di migliaia -anzi, milioni- di donne e uomini che hanno combattuto e spesso perso la vita per liberare il mondo dal nazifascismo. Oggi non celebriamo soltanto la fine della seconda guerra mondiale. Oggi ricordiamo la sconfitta del nazifascismo, grazie al sacrificio degli alleati e dei partigiani di tutti i Paesi occupati. Purtroppo, il cancro del fascismo è in recidiva. In troppi Paesi si tenta di sdoganarlo, di riscrivere la storia, di criminalizzare la Resistenza. Vediamo politici importanti che vorrebbero assimilare i partigiani, quelli che diedero la vita per darci la democrazia, con quelli che si misero al servizio della dittatura e dell’invasore. Dispiace per tutte le morti, ma per i traditori della patria il massimo rispetto che possiamo portare loro è il silenzio. Leggiamo ogni giorno, sui social e in rete, parole e messaggi vergognosi, spesso provenienti da esponenti vicini ai partiti di governo. Ne cito alcuni, di cui conservo gli screenshot. Nel caso avessero coraggiosamente cancellato quanto precedentemente scritto. C’è chi scrive, ad esempio (questo nel 2021 durante il lockdown): “Conte ha rassicurato l’Ammpi: posticipando la riapertura al 4 maggio, garantirà che i partigiani possano passare finalmente un 25 aprile come quello originale, nascosti in casa, aspettando che qualcun altro vinca la guerra per loro.” Questa frase proviene nientemeno che dalla pagina di un esponente della passata amministrazione.
E ancora: “Noi, i vinti, ci rifiutiamo di brindare con i vincitori.” Ammettendo, così, di essere stati i lacchè degli occupanti nazisti. E ancora: “Che rottura di c... questi antifà!”, solo perché un Comune richiede, come previsto dalla Costituzione, che le associazioni beneficiarie di contributi pubblici dichiarino di non professare né promuovere ideologie fasciste o neofasciste. C’è persino chi si proclama erede del movimento nato il 23 marzo 1919 in piazza San Sepolcro, culla del fascismo. O chi, tra le alte cariche dello Stato, conserva in casa busti di Mussolini, forse in attesa del giorno in cui potrà esporli pubblicamente. E allora lo voglio dire chiaramente: oggi, qui, si trovano le persone che, nel rispetto della Costituzione italiana, si dichiarano antifasciste. Chi non si riconosce in questi valori è nel posto sbagliato. Riscopriamo l’orgoglio di essere antifascisti, perché: essere antifascisti vuol dire stare dalla parte dei più deboli. Essere antifascisti vuol dire lottare per la giustizia sociale. Essere antifascisti vuol dire rispettare le persone per ciò che sono, non per ciò che possiedono. Essere antifascisti vuol dire non vedere il colore della pelle, ma l’umanità in ogni essere umano. Essere antifascisti vuol dire amare e difendere la libertà di tutti, tranne di chi vuole toglierla agli altri. Essere antifascisti vuol dire opporsi ai prepotenti, che si tratti di singoli o di intere nazioni. Essere antifascisti vuol dire stare al fianco di tutti i popoli che lottano per la loro libertà. Insieme, continuiamo a difendere i valori di giustizia e libertà, e non lasciamo che il passato torni a perseguitarci! Chiamateci pure antifà, ne faremo un motivo di orgoglio, voi invece continuate a nascondervi come avete fatto negli ultimi ottant'anni, il fascismo non passerà sotto nessuna forma. Viva la Resistenza, viva la libertà, morte alle dittature.
A seguire il coro Voci bianche Garda trentino ha eseguito «I füma le zìgare», «Torna piccina» e «Montanaro va sull'alpe», canti popolari trentini elaborati da Paolo Orlandi (il solista al pianoforte), e ha concluso la celebrazione con «Bella ciao», al cui canto si sono aggiunti i presenti.