Descrizione
Al concerto, che di consueto si svolge nel cortile della Rocca ma causa la pioggia è stato spostato nel vicino Palavela, hanno preso parte per l’amministrazione comunale il sindaco Alessio Zanoni con la Giunta municipale, un'ampia rappresentanza del Consiglio comunale con il presidente Adalberto Mosaner, oltre alle rappresentanze delle forze dell'ordine, della polizia locale, dei vigili del fuoco, degli alpini e della Protezione civile. A dirigerlo il mo. Mario Lutterotti.
Il concerto si è aperto con l'Inno d'Italia e l'Inno europeo, a introdurre l'allocuzione del primo cittadino: «Oggi non celebriamo semplicemente una data -ha detto il sindaco Alessio Zanoni- e certamente non siamo qui per confondere questa ricorrenza con il “santo del giorno”, come qualcuno purtroppo spesso usa fare per non dare valore ad altre importanti ricorrenze che hanno segnato la nascita della nostra democrazia. Oggi celebriamo ottant’anni di storia viva: gli ottant’anni dalla nascita della nostra Repubblica. Ottant’anni dal 2 giugno 1946, quando il popolo italiano, per la prima volta nella sua interezza– uomini e donne, grazie al suffragio universale– fu chiamato a scegliere il proprio destino. Per la prima volta vennero elette le donne, 21 donne che entrarono a far parte dell’Assemblea costituente. Per comprendere fino in fondo il valore di questa giornata dobbiamo però tornare indietro. Dobbiamo avere il coraggio di guardare ciò che c’era prima. Prima della repubblica c’era la monarchia, che ebbe qualche apertura come lo Statuto albertino, ma dimostrò tragicamente il terrore di perdere i propri privilegi, aprendo così le porte e dando il via libera alla dittatura fascista: uno Stato che non riconosceva più il valore della persona. Uno Stato che pretendeva tutto, che si prendeva tutto. L’individuo non era più un fine, ma un mezzo. La persona diventava proprietà del regime. Eppure, proprio dentro quella notte lunga e dolorosa, nacque la luce della Liberazione. Dal 25 aprile 1945 al 2 giugno 1946 l’ Italia era libera, ma non era ancora Repubblica. E in quel tempo sospeso si costruì qualcosa di decisivo che ne aprì la via.
La Repubblica nasce proprio qui: nel riconoscimento che ogni individuo ha un valore assoluto. Non più uno Stato che possiede, ma una repubblica che garantisce. Non una forma di governo che opprime, ma una democrazia che offre a ciascuno la possibilità di realizzarsi pienamente. La repubblica non è qualcosa di statico. Vive nei principi costituzionali, che non sono mai completamente realizzati. Sono aperti, incompiuti e, proprio per questo, vivi. Si compiono ogni volta che noi cittadini li rendiamo realtà, attraverso le nostre scelte, il nostro senso civico, la nostra maturità democratica. Per questo la democrazia non è mai definitiva: va costruita ogni giorno. E oggi, accanto a segnali preoccupanti– come i raduni di chi ancora si richiama a ideologie che la storia ha già condannato– vediamo anche segnali straordinari: giovani capaci di solidarietà, intuizioni nuove, energie positive che spesso ci sorprendono. Sta a noi scegliere da che parte stare. Il nostro compito oggi è chiaro: non cedere alla tentazione della paura. Non accettare che gli errori di pochi diventino motivo per limitare i diritti di tutti. Comprendere che la Repubblica vive solo se è democrazia. E la democrazia vive nell’incontro. La cultura dell’altro non è una minaccia, ma un’ opportunità. La nostra Costituzione non concepisce la paura del diverso; al contrario, vede nella diversità una ricchezza. Accorciare le distanze significa incontrarsi. Incontrarsi significa conoscersi. Conoscersi significa costruire certezza. La certezza genera fiducia. E la fiducia rende impensabile vivere senza l’altro. Ogni incontro è un passo che allontana il mondo dai conflitti. Qui, nella nostra comunità, lo sperimentiamo ogni giorno. Il turismo, l’internazionalizzazione, le nuove presenze possono talvolta creare difficoltà, ma rappresentano soprattutto occasioni straordinarie di incontro. Non esiste un turismo “buono” e uno “cattivo” in base alla provenienza.Non esiste un mondo da accogliere e uno da respingere. Esiste la possibilità, sempre, di conoscersi. E conoscere non è mai inutile. Forse dobbiamo anche cambiare le parole. “Integrazione” a volte sembra voler dire “diventa come me” .
È qui che trova spazio la riflessione, profondamente vera, di Ernesto Maria Ruffini, quando afferma che: “Ed è proprio da quel percorso che poi si arrivò al voto. Un voto tutt’altro che scontato. Un voto che divise profondamente il Paese: il nord scelse in larga parte la repubblica, mentre molte aree del sud rimasero legate alla monarchia. Non fu una marcia trionfale, ma un passaggio complesso, teso, a tratti drammatico. Scrutini difficili, piazze in subbuglio, animi accesi, risultati definitivi attesi per giorni e giorni. E tuttavia, anche dentro quella divisione,emerse un dato straordinario: la volontà di andare oltre. In Trentino la repubblica vinse con oltre l’ 85% dei consensi, nelle valli ancora più che nelle città; a Riva del Garda raggiunse il 77%. Ma ciò che conta non è soltanto il dato numerico: è il fatto che, nonostante differenze così marcate, il Paese seppe accettare l’esito del voto. E non era affatto scontato. Gli anni successivi furono difficili. I nostalgici della monarchia faticarono ad accettare il cambiamento. Le ferite della guerra erano ancora aperte. E non parliamo solo della guerra mondiale: parliamo della guerra civile, della guerra di Liberazione, che aveva diviso famiglie, trasformato vicini in nemici, lacerato comunità intere. Eppure, proprio da quella frattura nacque uno dei più grandi atti di maturità della nostra storia: la Costituzione. Una Costituzione scritta da uomini diversi, spesso attraversati da contraddizioni. Alcuni provenivano dalla monarchia, altri avevano vissuto dentro il regime fascista, altri ancora erano stati protagonisti della Resistenza. Non erano perfetti, ma seppero compiere un gesto straordinario: mettere da parte le proprie divisioni per amore di tutte le genti d’Italia. La nostra Costituzione è questo: una sintesi altissima di sensibilità diverse, unite dalla volontà di ricostruire un Paese. E al centro di tutto trova spazio finalmente la “persona”.
Ma la Repubblica non chiede questo. Chiede qualcosa di più difficile e più bello: vivere insieme, restando diversi. Come ricorda ancora Ernesto Maria Ruffini: Il punto, allora, non è integrare, ma convivere nella differenza. Oggi, più che mai, questo è necessario. Anche il modello internazionale nato dopo la guerra mostra i suoi limiti. Gli equilibri costruiti dopo la Conferenza di Yalta, consolidati con la Conferenza di Potsdam, sostenuti dagli Accordi di Bretton Woods e dalla nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno garantito stabilità per decenni, ma non hanno risolto le tensioni profonde del mondo. Le alleanze come la Nato il Patto di Varsavia hanno diviso il pianeta, e oggi vediamo quanto siano fragili gli equilibri che ne derivano. Nessuno dispone di una ricetta perfetta per stare insieme. Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale le nazioni compresero che nessuno Stato, da solo, avrebbe potuto garantire pace e sviluppo. Si riconfermò così il valore del multilateralismo: la cooperazione tra Stati, il dialogo tra i popoli, la costruzione di istituzioni comuni come unica strada per evitare nuovi conflitti. Anche se quella intuizione non riuscì ad affermarsi completamente, e la “guerra fredda” è stata lì a dimostrarcelo. Con la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si affermò un principio essenziale: nessuno può decidere per tutti, ma tutti devono concorrere alle decisioni. In questo contesto si colloca una delle pagine più alte della nostra storia: il discorso di Alcide De Gasperi davanti alla comunità internazionale, quando l’ Italia era un Paese sconfitto, ferito, isolato. Egli si presentò con umiltà e dignità, pronunciando parole che ancora oggi risuonano con forza: In quella frase si coglie il senso più profondo della Repubblica nascente: non l’arroganza di chi pretende, ma la responsabilità di chi riconosce i propri errori e chiede di poter ricostruire insieme agli altri. In quelle parole c’era dignità. C’era responsabilità. C’era l’idea che si può ricostruire solo insieme. Ed è la stessa idea che dobbiamo coltivare anche qui, ogni giorno, nella nostra comunità.
Questa è la differenza che dobbiamo saper cogliere: tra chi costruisce ponti e chi alza muri; tra chi chiede collaborazione e chi pretende obbedienza; tra chi riconosce pari dignità agli Stati e chi li giudica in base alla propria convenienza, arrivando a minacciare conseguenze per chi non si allinea. Quando qualcuno pensa di potersi sostituire alle istituzioni internazionali per il solo peso della forza che possiede, e di imporre la propria volontà fino a trascinare i popoli verso nuovi conflitti, tradisce lo spirito che ha fondato la pace del dopoguerra. Il multilateralismo non è debolezza: è responsabilità. È la consapevolezza che la pace si costruisce insieme, oppure non esiste. Torniamo allora alla nostra Repubblica. Non esistono ricette semplici per stare insieme, ma una certezza sì: dobbiamo guardare con fiducia alla Repubblica del domani. Una Repubblica capace di guardare all’altro non con diffidenza, ma con curiosità; con il desiderio di cogliere il buono che ogni cultura porta con sé. E per farlo dobbiamo tornare alle nostre radici, non solo politiche, ma anche spirituali e umane. Quest’anno ricorrono gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, patrono d’ Italia, figura che ha fatto dell’incontro, della semplicità e del riconoscimento dell’altro la sua forza più grande. E qui, a Riva del Garda, possiamo ricordare anche Don Angelo Confalonieri, missionario straordinario, capace di vivere tra popolazioni aborigene considerate allora alla stregua degli animali, ma da lui riconosciute nella loro piena dignità, fino ad essere stato accolto come uno di loro. Ecco cosa significa davvero Repubblica: riconoscere l’altro come uguale nella dignità, anche quando è diverso in tutto. Infine, dobbiamo porci una domanda: quale sarà la Repubblica del domani? La risposta non è scritta. Dipende da noi. Dipende dalla nostra capacità di ricordare la fatica della sua nascita: non solo la guerra, le deportazioni, le leggi razziali, ma anche la fatica del costruire, del decidere,del convivere dopo. Il 2 giugno 1946 non fu una festa facile: fu una scelta difficile. E la Costituzione non fu un punto di arrivo, ma un atto di responsabilità collettiva. Oggi tocca a noi. Ottant’anni dopo siamo chiamati a vivere quegli stessi valori con la stessa energia. A scegliere ogni giorno la democrazia. A scegliere ogni giorno la pace. Perché, se allora–in un Paese distrutto e diviso– si trovò il coraggio della riconciliazione, oggi, in un contesto che ancora ci preserva dalle tragedie che affliggono tante parti del mondo, non abbiamo alibi. La pace non è un’opzione. È un dovere. E la Repubblica non è un’eredità da custodire: è un’opera da continuare. Tocca anche a noi!»
A seguire il sindaco ha consegnato alla presidente del Corpo bandistico Elena Meregalli una targa con cui la città esprime al Corpo bandistico cittadino l'apprezzamento e la riconoscenza per quarant'anni di concerto per la Festa della Repubblica.
Quindi, il concerto: la banda ha eseguito l'Inno degli alpini, la sinfonia del Nabucco, «Fratello Sole sorella Luna», «Dreamy Dawn», «Clarinetwork», «Chorale for Trombone and Band», «Rapsody for Euphonium» e «Perla del Garda». A grande richiesta, e dopo un interminabile applauso, la banda ha concesso due bis: «Tico-tico no fubá» e l'Inno al Trentino.